Archivio | febbraio, 2012

L’avveniristico progetto del gatto-teremin

24 feb

Allora, succede questo. Ho una gatta, nera, sufficientemente bislacca e – come tutti i gatti – giocherellona all’inverosimile.
Il suo modo di giocare è, ovviamente, un misto di ferocia animale e spirito da clown. Quando morde (perché morde) il suo scopo è uccidere, sbranare, dilaniare. Ma lo fa con gioia. E’ semplicemente lo scopo del gioco, nessuna questione personale. Diciamo che ha una specie di approccio formalista all’uccisione.
Ebbene, durante le nostre lotte capita che lei finga di rimanere impassibile, di marmorizzarsi in statua. E’ in quel frangente del gioco, in quella fase della lotta tra uomo e felino, che scatta la mia insidia.
Io mi avvicino. Mi avvicino con la mano destra aperta e ricurva. Con le dita nervose e tese. Tipo zombie che sta per strozzare.


Quindi lei mi fissa in allarme, pronta a scattare come una molla e ad affondare i suoi denti. Porta indietro le orecchie… è pronta…
Ma sta ferma lì: a metà tra il paralizzato e il combattivo.
Ed è allora che avviene il miracolo tecnologico.
La gatta emette un “mmmeeoww” strozzato, rancoroso, minaccioso che – con un po’ di abilità – assume un’intensità che è inversamente proporzionale alla distanza della mano dal muso.
Avvicini, allontani la mano. La avvicini e la allontani. “meowww” “mmmmmmmeeeeow” “mew” “mew” “moaeouwwwww”.
Come i Led Zeppelin nel live di “Whole lotta love”.
Inizieremo con “Fra’ Martino Campanaro”. Ma l’obiettivo è arrivare ad esibirci nel quartiere entro ottobre con Stripes Spangled Banner (versione Hendrix).

Mancano 313 giorni.

Le sei di sera

17 feb

Chi mi conosce lo sa bene. Non sopporto il caldo. Il caldo afoso di Milano, il calore emanato con violenza da case, auto, tombini, e migliaia di persone che vanno avanti e indietro sui marciapiedi. La sensazione di soffocamento della notte estiva, la tv del vicino col volume troppo alto alle 2 del mattino. La sensazione di essere costretti a provare caldo, la netta consapevolezza di non poter porre rimedio.
Forse odio Milano d’estate, più che l’estate.
Non che fossi un amante dell’inverno, ma la paura del caldo metropolitano, di contraccolpo, mi ha portato progressivamente verso un’esagerata passione per il freddo pungente, la nebbia, le mattine buie e – le volte che ci vado – l’odore della campagna verso dicembre, quando tutto è fermo e l’unico rumore è dato da un paio di rami spezzati dal camminare.
Ieri la prima avvisaglia. Il primo avvertimento. Alle 18.00 fuori era ancora chiaro. La temperatura era dolce, perlomeno rispetto al freddone dei giorni scorsi. C’era pure un leggero venticello, conciliante, che ci annunciava, ineluttabile, che la primavera sarebbe arrivata. Non che fosse alle porte, eh? Ma quel primo pomeriggio di sole ci diceva che, anche quest’anno, lei c’era. Che bastava solo aspettare.
E allora, così, poco per volta, mentre ascoltavo brani random, saliva una malinconica nostalgia. In fondo piacevole come tutte le nostalgie e malignamente radicale come tutte le malinconie.

Quella manciata di canzoni che sapeva di viaggi, di tramonti colorati, di venticello caldo, di avventura, di speranze, mi ha – infine – rattristato un poco.
Una netta sensazione di percepire ma non potere. Di mondi, tentativi, possibilità, eventi, persone da mettere in relazione, da conoscere, da farsi travolgere. La sensazione di aver di fronte la rinascita dello straordinario prato delle possibilità, ma con alcuni colori troppo lontani, alcuni troppo in ombra, altri nascosti troppo bene.
Quelle possibilità, quelle carte non giocate… rinasce tutto, le vedo. Ma anche quest’anno il banco me ne dà qualcuna in meno.

Mancano 320 giorni.

L’invasione degli uomini enormi

12 feb

Siamo invasi da uomini enormi. Sono sopraffatto da arti tosti e voluminosi. Da teste a 17 pollici e gambe da uomo bionico.
Sono sempre stato un “mingherlino”. Il mio giropolso si addice più a una raffinata casalinga del Surrey (con l’hobby del cucito, ovviamente) che a un quasi-quarantenne nel pieno della sua vita activa.
Il fatto è che fino a poco fa non ci facevo caso. Sgusciavo rapido e sottile nelle code alle biglietterie, saltavo tra i pedoni per attraversare in fretta le strisce pedonali, giravo in bicicletta spensierato e incosciente.


Oggi tutto è cambiato. Non so se son diventati più grossi loro oppure se sia io ad aver iniziato un precoce rinsecchimento da vecchiaia. Quasi tutti gli uomini che conosco e che frequento sono un agglomerato di ossa e tessuti che mi opprime alla sola vista.
Non sono molto alti, ma sono tutti più grossi. Dài una pacca sulla spalla e trovi tutta una serie di muscoli, fibre, ciccia e cartilagini che non credo sia umanamente possibile supportare per una vita intera.
I miei 59kg x 174cm in qualche modo se la sono cercata, certo. Ma subire questa carica umana di arti spaventosi non aiuta l’inizio della settimana. Dio, o chi per esso, mi aiuti e mi assista nella lotta quotidiana contro questi alieni da bilancere o da tagliatella.
Un giorno riconquisteremo il mondo.
Un mondo in cui avere il 39 di piede non sarà più un reato.

Mancano 325 giorni

Milano vicina all’Europa

4 feb

Questa mattina, in tram, ho osservato una scenetta di vita quotidiana apparentemente irrilevante ma che, dopo qualche minuto, ha assunto i toni di una piccola rivelazione.
Dunque, sul 12 affollato come tutte le mattine, due turiste francesi prima della fermata a Lanza consultano la cartina e non ci capiscono un tubo. Vogliono sapere se, per arrivare in centro, possono restare sul tram o devono scendere e prendere la linea 2 del metrò.
Il tram è affollato, potrebbero chiedere l’informazione a chiunque. E, infatti, non ci pensano due volte: si rivolgono a una signora dai tratti orientali e partono con la domanda.
Noi, a Parigi, non l’avremmo fatto, probabilmente. Perché, per un’informazione, avremmo preteso ‘un vero parigino’, non un forestiero.
Qui sta il punto: alle due turiste non è passato nemmeno per la testa che quella signora fosse meno milanese di me e degli altri italiani caucasici presenti sul 12. Perché a Milano ci vive, prende i mezzi, s’incazza, se la ride – a seconda della giornata – respira il nostro stesso smog e, forse, si guarda pure le partite del Milan o dell’Inter…
Che vi piaccia o no questo è il nuovo concetto di cittadinanza. Un concetto pratico, vissuto, vero. Senza astrazioni patetiche legate all’origine di chi si incontra sul tram.
Davanti a quella scenetta, l’ultima campagna elettorale comunale della destra, tutta incentrata sull’alimentazione forzata delle fobìe, sulla presunta difesa dell’”identità”, sulla diffidenza e l’odio per lo straniero, mi è subito apparsa non solo triste e miope. Mi è apparsa, soprattutto, anacronistica.
E poi, fischiettando la canzone di Dalla, son sceso dal tram.

Mancano 333 giorni

Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.