Allora, succede questo. Ho una gatta, nera, sufficientemente bislacca e – come tutti i gatti – giocherellona all’inverosimile.
Il suo modo di giocare è, ovviamente, un misto di ferocia animale e spirito da clown. Quando morde (perché morde) il suo scopo è uccidere, sbranare, dilaniare. Ma lo fa con gioia. E’ semplicemente lo scopo del gioco, nessuna questione personale. Diciamo che ha una specie di approccio formalista all’uccisione.
Ebbene, durante le nostre lotte capita che lei finga di rimanere impassibile, di marmorizzarsi in statua. E’ in quel frangente del gioco, in quella fase della lotta tra uomo e felino, che scatta la mia insidia.
Io mi avvicino. Mi avvicino con la mano destra aperta e ricurva. Con le dita nervose e tese. Tipo zombie che sta per strozzare.
Quindi lei mi fissa in allarme, pronta a scattare come una molla e ad affondare i suoi denti. Porta indietro le orecchie… è pronta…
Ma sta ferma lì: a metà tra il paralizzato e il combattivo.
Ed è allora che avviene il miracolo tecnologico.
La gatta emette un “mmmeeoww” strozzato, rancoroso, minaccioso che – con un po’ di abilità – assume un’intensità che è inversamente proporzionale alla distanza della mano dal muso.
Avvicini, allontani la mano. La avvicini e la allontani. “meowww” “mmmmmmmeeeeow” “mew” “mew” “moaeouwwwww”.
Come i Led Zeppelin nel live di “Whole lotta love”.
Inizieremo con “Fra’ Martino Campanaro”. Ma l’obiettivo è arrivare ad esibirci nel quartiere entro ottobre con Stripes Spangled Banner (versione Hendrix).
Mancano 313 giorni.